L’uomo a pezzi

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L’università produce oggi  settori specifici sempre più numerosi nell’ambito delle scienze umane. L’oggettivazione dell’essere umano come oggetto di scienza è ben lontano dal suo dissolversi: ciò dà origine a “settori” che studiano la persona nel suo sviluppo. Psicologia, pedagogia, psichiatria, sociologia, antropologia: l’uomo è al centro di questi studi e questo oggetto di studi è ogni volta sotto una luce diversa. La malattia, la patologia mentale, i disturbi della crescita, le periferie, l’immigrazione: ossia il malato, lo psichiatrico o il depresso, il bambino con sviluppo atipico, la persona deviante, l’immigrato.

A tante specializzazioni altrettante gabbie teoriche in cui l’individuo viene incasellato, analizzato, testato, curato, riabilitato, formato, controllato, espulso. Perché non riusciamo a trovare sollievo nelle scienze umane della nostra sofferenza esistenziale (causata da lutti o traumi, o semplicemente da stress o ansie)? Perché non ci bastano i quiz psicologici o l’analisi socio-antropologica della condizione umana per stare meglio? Perché abbiamo bisogno di qualcos’altro?

Per citare Marleau-Ponty “non si tratta di spiegare o di analizzare, ma di descrivere”: scrivere di e attraverso le pratiche dei soggetti. Descrivere la condizione umana nell’aderenza a questa condizione, descrivere il dolore, la sofferenza, la morte, l’esistenza con l’unico obiettivo di parlarne, di far emergere l’annullamento soverchiante dell’impossibilità di poter comprendere ogni cosa. Invece le scienze umane analizzano i soggetti con statistiche o tabelle, con parole-chiave, con farmaci.

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