Filosofia del cinema II

Il segno del margine è tra due teorie; quella di Deleuze del cinema materico e quella pasoliniana del cinema come lingua. Secondo Deleuze non è necessario un parallelo con la linguistica: il quadro è fisico o geometrico, è quindi spaziale.

Per Pasolini invece il quadro è un insieme linguistico, un segno che si produce e viene riprodotto in un sistema di segni. Secondo Deleuze, associando l’enunciato all’immagine si è tolto a questa il movimento, quindi il suo carattere più autentico.

Se la realtà è infatti un atto trasformativo, e il cinema ne è la nuova lingua, il movimento è insito nella realtà così come nel continuum dei fotogrammi; nella rappresentazione del reale attuata dal mezzo cinematograco, questa stessa dimensione trasformativa non viene meno ma viene trasfigurata nel suo atto potenziale, autentico. Deleuze definisce questo processo “modulazione” che è “messa in variazione dello stampo, una trasformazione dello stampo ad ogni istante dell’operazione.”

La differenziazione è invece l’immagine-movimento, ossia un «tutto che cambia e si insedia tra degli oggetti». Eccoci all’interstizio tra le inquadrature, a quel dato trasformativo che sfugge al dato filmico e rende visibile l’invisibile. Il cinema è un processo linguistico e come tale istituisce delle regole trasformate o più semplicemente trasfigurate. Quest’operazione può inserirsi nella cosiddetta differenziazione o nella trasformazione del dato: la realtà viene rappresentata e in questa rappresentazione l’insieme del significato e del significante si perde.

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