Antropologia e psicologia: perché?

Antropologia e psicologia si costituiscono progressivamente come unici saperi necessari per la formazione.

L’antropologia dovrebbe fornire dati, interpretazioni, teorie formulate dopo la ricerca sul campo: da queste la storia dovrebbe poi rintracciarne le origini, le metamorfosi, le affinità nel nostro sistema culturale. Oppure le motivazioni economiche, storico-politiche per cui una determinata area si è modificata. L’antropologia dovrebbe quindi costituire uno strumento aggiunto al lavoro dello storico.

La psicologia dovrebbe fornire diagnosi e cure formulate su colloqui, interventi ecc. Lasciare poi alla filosofia il compito di trovare delle risposte al disagio esistenziale, al senso d’angoscia di fronte all’alterità, all’ansia di fronte al pensiero della morte (cioè a tutte le paure a cui sono soggette tutte le persone normodotate, non necessariamente patologiche). Il filosofo non vuole e non può diagnosticare proprio perché non si specializza nello studio del funzionamento della mente: ma perché lo psicologo deve avere pretese di universalizzare e oggettivare la sua ricerca per trovare delle risposte a interrogativi filosofici?

Qui però entra in gioco l’assunto positivistico che ancora ci portiamo tristemente attaccato al piede, della scienza come fonte di conoscenza infallibile. Purtroppo la cultura occidentale non si è ancora emancipata da questo terribile incubo: sembra impossibile poter semplicemente arrivare a constatare che non si tratta di “verità” ma di metodo. La scienza ha un metodo, la filosofia un altro.

La psicologia dovrebbe quindi fornire dati, statistiche, ricerche; il filosofo dovrebbe poi interpretarle alla luce delle proprie conoscenze. Pensiamo alle opere di Freud: iniziò con rapporti di natura medica o neurologica, per poi approfondire la psicoanalisi esclusivamente sulla base delle proprie esperienze professionali, per arrivare poi a scrivere del disagio della cultura occidentale. I libri in cui descrive questo disagio possono dirsi “filosofici”: sono considerazioni personali sulla condizione umana. Ecco al termine di un’esistenza di ricerca Freud scrive le proprie considerazioni, senza pretese di veridicità.

Prendiamo l’opera più famosa di M. Heidegger, Essere e tempo: qui Heidegger parla di tutto ciò che ha a che fare con l’esistenza e che costituisce l’esistenza stessa. Ma che cos’è l’esistenza? E’ il Da-sein. Che cos’è il Da-sein? Per rispondere dovremmo addentrarci nel sistema di pensiero e nel linguaggio heideggeriano. Per farlo dobbiamo studiare il testo, entrare appunto nel pensiero del filosofo.

Ed è questa la differenza tra l’approccio psicologico e quello filosofico: quest’ultimo non fonda le proprie considerazioni sul senso comune o sull’analisi di dati, ma costruisce le proprie istanze su una ricerca soggettiva. E’ quindi impossibile esaurirne le interpretazioni e quindi le possibili verità. L’oggettivazione a cui si richiama la psicologia è esauribile nel dato, nella considerazione comune, quindi non lascia spazio all’interpretazione soggettiva.

La stessa cosa avviene nella dicotomia antropologia-storia. La storia descrive il dato temporale, cerca i tasselli mancanti, fa emergere documenti o storie dimenticate. Da qui si schiude l’universo del significante: ogni interpretazioni diviene possibile. La storia procede per rotture.

L’antropologia analizza il dato per darne interpretazioni, cercare chiavi di lettura che poi si trasmettono come categorie di studio.  Si cerca la continuità concettuale perché si fa ricerca scientifica. Le interpretazioni sono varie, ma sempre all’interno dello stesso campo semantico. Come  la psicologia, l’antropologia è un sistema chiuso.

E la formazione a che cosa serve? Per entrare semplicemente in un dato sistema o per acquisire conoscenze, e quindi accedere a possibili condizioni di libertà?

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