Più arte meno diagnosi

Così afferma il grande pittore Matta: “Io cerco un nuovo spazio, una nuova specie di spazio sensibile. Ogni accadimento ed ogni serie di accadimenti hanno bisogno di un loro spazio, che volta per volta, devo trovare e creare del tutto. Io parlo e improvvisamente qualcuno m’interrompe. Come spiegarmi? Le racconto per esempio, di mio figlio che va a scuola, si sente solo, che trova compagnia con difficoltà. Mentre io parlo, qualcuno m’interrompe e grida: “ha dei complessi!”. Questa risposta mi stordisce. Cerco di descrivere un mondo, ma tutto viene distrutto dalla parola “complesso”.”

 

Artlab su Intercultura e creatività

sabato 23 giugno la nostra associazione ha partecipato ad Artlab Genova, fondazione Fitzcarraldo e Suq: creatività come possibilità di dialogo interculturale. Una giornata di formazione sui temi della migrazione, pratiche di creatività sociale e culturale.

 

Antropologia e psicologia: perché?

Antropologia e psicologia si costituiscono progressivamente come unici saperi necessari per la formazione.

L’antropologia dovrebbe fornire dati, interpretazioni, teorie formulate dopo la ricerca sul campo: da queste la storia dovrebbe poi rintracciarne le origini, le metamorfosi, le affinità nel nostro sistema culturale. Oppure le motivazioni economiche, storico-politiche per cui una determinata area si è modificata. L’antropologia dovrebbe quindi costituire uno strumento aggiunto al lavoro dello storico.

La psicologia dovrebbe fornire diagnosi e cure formulate su colloqui, interventi ecc. Lasciare poi alla filosofia il compito di trovare delle risposte al disagio esistenziale, al senso d’angoscia di fronte all’alterità, all’ansia di fronte al pensiero della morte (cioè a tutte le paure a cui sono soggette tutte le persone normodotate, non necessariamente patologiche). Il filosofo non vuole e non può diagnosticare proprio perché non si specializza nello studio del funzionamento della mente: ma perché lo psicologo deve avere pretese di universalizzare e oggettivare la sua ricerca per trovare delle risposte a interrogativi filosofici?

Qui però entra in gioco l’assunto positivistico che ancora ci portiamo tristemente attaccato al piede, della scienza come fonte di conoscenza infallibile. Purtroppo la cultura occidentale non si è ancora emancipata da questo terribile incubo: sembra impossibile poter semplicemente arrivare a constatare che non si tratta di “verità” ma di metodo. La scienza ha un metodo, la filosofia un altro.

La psicologia dovrebbe quindi fornire dati, statistiche, ricerche; il filosofo dovrebbe poi interpretarle alla luce delle proprie conoscenze. Pensiamo alle opere di Freud: iniziò con rapporti di natura medica o neurologica, per poi approfondire la psicoanalisi esclusivamente sulla base delle proprie esperienze professionali, per arrivare poi a scrivere del disagio della cultura occidentale. I libri in cui descrive questo disagio possono dirsi “filosofici”: sono considerazioni personali sulla condizione umana. Ecco al termine di un’esistenza di ricerca Freud scrive le proprie considerazioni, senza pretese di veridicità.

Prendiamo l’opera più famosa di M. Heidegger, Essere e tempo: qui Heidegger parla di tutto ciò che ha a che fare con l’esistenza e che costituisce l’esistenza stessa. Ma che cos’è l’esistenza? E’ il Da-sein. Che cos’è il Da-sein? Per rispondere dovremmo addentrarci nel sistema di pensiero e nel linguaggio heideggeriano. Per farlo dobbiamo studiare il testo, entrare appunto nel pensiero del filosofo.

Ed è questa la differenza tra l’approccio psicologico e quello filosofico: quest’ultimo non fonda le proprie considerazioni sul senso comune o sull’analisi di dati, ma costruisce le proprie istanze su una ricerca soggettiva. E’ quindi impossibile esaurirne le interpretazioni e quindi le possibili verità. L’oggettivazione a cui si richiama la psicologia è esauribile nel dato, nella considerazione comune, quindi non lascia spazio all’interpretazione soggettiva.

La stessa cosa avviene nella dicotomia antropologia-storia. La storia descrive il dato temporale, cerca i tasselli mancanti, fa emergere documenti o storie dimenticate. Da qui si schiude l’universo del significante: ogni interpretazioni diviene possibile. La storia procede per rotture.

L’antropologia analizza il dato per darne interpretazioni, cercare chiavi di lettura che poi si trasmettono come categorie di studio.  Si cerca la continuità concettuale perché si fa ricerca scientifica. Le interpretazioni sono varie, ma sempre all’interno dello stesso campo semantico. Come  la psicologia, l’antropologia è un sistema chiuso.

E la formazione a che cosa serve? Per entrare semplicemente in un dato sistema o per acquisire conoscenze, e quindi accedere a possibili condizioni di libertà?

Filosofia del cinema II

Il segno del margine è tra due teorie; quella di Deleuze del cinema materico e quella pasoliniana del cinema come lingua. Secondo Deleuze non è necessario un parallelo con la linguistica: il quadro è fisico o geometrico, è quindi spaziale.

Per Pasolini invece il quadro è un insieme linguistico, un segno che si produce e viene riprodotto in un sistema di segni. Secondo Deleuze, associando l’enunciato all’immagine si è tolto a questa il movimento, quindi il suo carattere più autentico.

Se la realtà è infatti un atto trasformativo, e il cinema ne è la nuova lingua, il movimento è insito nella realtà così come nel continuum dei fotogrammi; nella rappresentazione del reale attuata dal mezzo cinematograco, questa stessa dimensione trasformativa non viene meno ma viene trasfigurata nel suo atto potenziale, autentico. Deleuze definisce questo processo “modulazione” che è “messa in variazione dello stampo, una trasformazione dello stampo ad ogni istante dell’operazione.”

La differenziazione è invece l’immagine-movimento, ossia un «tutto che cambia e si insedia tra degli oggetti». Eccoci all’interstizio tra le inquadrature, a quel dato trasformativo che sfugge al dato filmico e rende visibile l’invisibile. Il cinema è un processo linguistico e come tale istituisce delle regole trasformate o più semplicemente trasfigurate. Quest’operazione può inserirsi nella cosiddetta differenziazione o nella trasformazione del dato: la realtà viene rappresentata e in questa rappresentazione l’insieme del significato e del significante si perde.

Berthe Merisot

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Emancipazione e arte: dalla storia dell’arte  emerge come le donne abbiano avuto molte difficoltà nello svolgere un lavoro artistico.

Così Berthe Merisot, artista e pittrice, in vita non ebbe mai un riconoscimento della propria arte. Lo sguardo va a ritroso ad Artemisia Gentileschi, vittima di stupro, ma anche a figure femminili del sapere come Ipazia.

 

Forma o sostanza

mosè

Devo dire che non sono un intenditore d’arte, ma soltanto un profano. Ho spesso notato che il soggetto delle opere d’arte mi attrae più fortemente delle caratteristiche formali e tecniche, sebbene per l’artista il loro valore risieda soprattutto in queste ultime. Non sono in grado di valutare opportunamente gran parte dei metodi impiegati e degli effetti ottenuti in arte. Faccio queste affermazioni per assicurarmi l’indulgenza del lettore per il tentativo che intendo porre in atto.

S. Freud, nel suo saggio sul Mosè di Michelangelo

L’uomo a pezzi

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L’università produce oggi  settori specifici sempre più numerosi nell’ambito delle scienze umane. L’oggettivazione dell’essere umano come oggetto di scienza è ben lontano dal suo dissolversi: ciò dà origine a “settori” che studiano la persona nel suo sviluppo. Psicologia, pedagogia, psichiatria, sociologia, antropologia: l’uomo è al centro di questi studi e questo oggetto di studi è ogni volta sotto una luce diversa. La malattia, la patologia mentale, i disturbi della crescita, le periferie, l’immigrazione: ossia il malato, lo psichiatrico o il depresso, il bambino con sviluppo atipico, la persona deviante, l’immigrato.

A tante specializzazioni altrettante gabbie teoriche in cui l’individuo viene incasellato, analizzato, testato, curato, riabilitato, formato, controllato, espulso. Perché non riusciamo a trovare sollievo nelle scienze umane della nostra sofferenza esistenziale (causata da lutti o traumi, o semplicemente da stress o ansie)? Perché non ci bastano i quiz psicologici o l’analisi socio-antropologica della condizione umana per stare meglio? Perché abbiamo bisogno di qualcos’altro?

Per citare Marleau-Ponty “non si tratta di spiegare o di analizzare, ma di descrivere”: scrivere di e attraverso le pratiche dei soggetti. Descrivere la condizione umana nell’aderenza a questa condizione, descrivere il dolore, la sofferenza, la morte, l’esistenza con l’unico obiettivo di parlarne, di far emergere l’annullamento soverchiante dell’impossibilità di poter comprendere ogni cosa. Invece le scienze umane analizzano i soggetti con statistiche o tabelle, con parole-chiave, con farmaci.