FILART di novembre

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Nel prossimo numero di FILART:

  • Musicoterapia e autismo
  • Freud e il sacro
  • Vita pensata
  • Il romanzo: approfondimenti e riflessioni

E altri approfondimenti su pedagogia, filosofia e arte.

Se vuoi contribuire alla rivista invia il tuo articolo entro il 30  ottobre a: creacreta@gmail.com

Filosofia del cinema I

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L’assoluta corrispondenza degli scritti, delle azioni descritte nel proprio diario (Tarkovskij, 2002), delle idee e convinzioni con il percorso artistico e registico fanno di Andrej Tarkovskij (1932-1986) una figura straordinaria all’interno del panorama cinematografico, e un pensatore di rilievo per chi intraprenda una ricerca teoretica sul significato sociale e politico di alcuni concetti, quali “verità”, “arte”, “sacro”: concetti che percorrono i libri del regista e si trovano magicamente “materializzati” nelle sue opere filmiche.
Per Tarkovskij il segno della contemporaneità è “la malattia mortale”, che priva l’uomo dell’anelito al trascendente (Schrader, 2000): una guarigione è possibile solo tramite una sottomissione al principio del sacro, alla tensione verso l’Altro, che porta alla creazione di una comunità degli uomini. In Sacrificio (1986), nella figura del folle Alexander e della strega Maria, il problema della malattia e della guarigione è espresso come una dinamica, una potenza, laddove regna l’incomunicabilità. Questa viene infranta dall’artista che “crea e infrange la regola”, così come la follia infrange l’ordine delle cose.

Il tema della follia è stato esplorato in Solaris (1972): anche ne L’infanzia di Ivan (1962) vi è il folle tra le macerie brucianti della guerra. In Nostalghia (1982) c’è poi un esplicito rimando alla legge Basaglia, che era entrata in vigore durante il periodo italiano di Tarkovskij. La follia come luogo della poetica di Tarkovskij emerge in tutte le sue opere e viene analizzata secondo differenti punti di vista. Il regista coglie le implicazioni che sono legate a essa: non solo l’emarginazione e l’esclusione ma pure quella dimensione magica, mito-poietica che appartiene a Sade, a Holderlin, Artaud.

Mente emozionale

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Freud chiamava processo primario il profondo legato alle dinamiche dell’inconscio con il linguaggio che è tipico della metafora, del mito, dell’arte: ciò consente una disposizione nuova, addirittura una restituzione verbale degli eventi, come ci descrivono molti trattati di neuropsichiatria infantile.

In generale la mente emozionale con il suo carattere pratico ha un profilo più agile rispetto alla mente razionale, ha un profilo adattivo più forte, ci consente con la sua immediatezza operazioni di tutela di fronte ai pericoli e, soprattutto, ha un carattere sintagmatico. Quei contenuti associativi richiamati attraverso il percettivo iconico, sonoro, mnemonico, equivalgono alla stessa realtà. Basti pensare ai riti e alle religioni che dal punto di vista razionale hanno poco rilievo semantico.

La mente emozionale è anche, come direbbe Goleman, autovalidante e non sperimentale cosa che invece caratterizza la natura della mente razionale, considera vere cioè le proprie convinzioni fino al punto di non poterle socializzare.

Questa caratterizzazione del mondo emozionale così differente dal quadro logico formale al punto di essere difficilmente tradotta dal linguaggio verbale, richiede una attenta osservazione e una disposizione che non sia prassi preconfezionata, giacché tanto più ci si avvicina a una relazione terapeutica autentica (nel senso di syn– pathos) tanto più elementari e parziali saranno le risposte pulsionali. Sarà appunto confusiva agli occhi semantici della ragione ma significativamente terapeutica nella misura in cui gli scarti imprecisi parziali della sintonizzazione emotiva e affettiva ci conducano in un percorso di evoluzione e cambiamento attraverso l’espressione della creatività.

La società dello spettacolo

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La spettacolarizzazione e teatralizzazione della vita e dell’arte si è trasformata in uno dei più deleteri veleni per la cultura perché ha permesso e consentito il dilagare di un consumismo culturale incredibile, cioè a dire i musei si sono detti che era inutile continuare a mostrare quadri per quanto belli e cercare di attrarre il pubblico con dei capolavori e delle cose culturalmente serie, e che bisognava invece fare spettacolo per attirare le masse. E’ solo facendo spettacolo, che valga o meno, comunque spettacolo, che provochiamo, si sono detti, un interesse immediato del pubblico e così adempiamo alla nostra funzione in fondo di condizionamento culturale.

Enrico Baj

Freud e il sacro in FILART

Nel prossimo numero di FILART  un articolo sul sacro nell’opera freudiana. Sacro come luogo originario, sacro come monoteismo scientifico, sacro come psicanalisi?

Che cos’è il sacro per Freud? Dove risiede la verità? Come afferma lo stesso Freud: “la nostra scienza non è un’illusione. Sarebbe invece un’illusione credere di poter ottenere da altre fonti ciò che essa non è in grado di darci”.

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Spettri artistici di Marx

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Se l’arte si è smaterializzata è per il fatto che oggi mette in circolazione, ben più che opere, idee. Lo scolabottiglie di Duchamp è un’idea, la scatola Campbell di Warhol è un’idea, la vendita di un po’ d’aria di una galleria in cambio di un assegno in bianco è un’idea. Sono idee, segni, allusioni, concetti, tutto questo significa l’assenza del mondo, la fine dell’opera o altro. Ma significa. Il colmo della raffinatezza è di non significare più niente, ma di significare comunque. Ciò che chiamiamo arte sembra testimoniare oggi un’irrimediabile vacuità. L’arte è travestita dall’idea. L’idea è travestita dall’arte (dove possiamo ritrovare la nostra idea del transessuale: l’arte “travelo” è l’arte attraversata dall’idea, dai segni vuoti dell’arte). Tutta l’arte moderna è astratta in questo senso, che è attraversata dall’idea molto più che da un’ispirazione delle forme e delle sostanze. Tutta l’arte moderna è concettuale in questo senso, che ciò che feticista nell’opera è il concetto, lo stereotipo e il modello cerebrale dell’arte- così come ciò che è feticizzato nella merce non è affatto il valore reale ma lo stereotipo del valore. Votata al feticismo decorativo e all’idea, l’arte non ha più autonomia. E secondo questa prospettiva si può dire che l’epoca è da ora impegnata in una direzione che sfocia necessariamente nella sparizione totale dell’arte come attività specifica.

J. Baudrillard

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FILART is  a six-monthly review.

We invite submission of original research papers. Preferred languages are Italian, English, French. Potential topics of the essays to be submitted to FILART include but are not limited to:

Art-therapy

Counseling

Philosophy

Education

Art

Cultural and innovation projects.

The articles should be addressed to: creacreta@gmail.com

Deadline: October 15, 2017.

 

 

Gli articoli e le recensioni di libri devono avere lunghezza non superiore a 3 cartelle. Preferibili le note a fine documento: bibliografia gradita ma non obbligatoria.

Gli articoli possono essere anche in inglese, francese, spagnolo: l’indirizzo a cui inviare i file è:

creacreta@gmail.com

Gli articoli devono pervenire entro e non oltre il 15 ottobre 2017.

 

 

Cinema-vita

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L’uomo si esprime soprattutto con la sua azione – non intesa in una mera accezione pragmatica- perché è connessa che modifica la realtà e incide nell spirito.

Ma questa sua azione manca di unità ossia di senso, finché essa non è compiuta. Ci può essere un uomo onesto che. a 60 anni compie un reato: tale azione biasimevole modifica tutte quante le sue azioni passate ed egli si presenta quindi come altro da ciò che è sempre stato. Finché io non sarò morto nessuno potrà garantire di conoscermi veramente, ossia di poter dare un senso alla mia azione, che dunque, in quanto momento linguistico, è mal decifrabili. E’ dunque assolutamente necessario morire perché, finché siamo vivi, manchiamo di senso, e il linguaggio della nostra vita (con cui ci esprimiamo e a cui dunque attribuiamo la massima importanza) è intraducibile: un caos di possibilità, una ricerca di relazioni e di significati senza soluzione di continuità.

La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi (e non più ormai modificabili da altri possibili momenti contrari o incoerenti), e li mette in successione, facendo del nostro presente, infinito, instabile, incerto e dunque linguisticamente non descrivibile un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile (nell’ambito di una semiologia generale). Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci. Il montaggio opera dunque sul materiale del film (che è costituito da frammenti lunghissimi o infinitesimali di tanti piani sequenza come possibili soggettive infinite) quello che la morte opera sulla vita.

P. Pasolini