Consulenza filosofica II

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Signore e signori, il problema dibattuto sino alla noia di che cosa renda plausibile oggi l’esistenza del filosofo non è stato certamente eliminato dal mondo con l’istituzione della consulenza filosofica.

Piuttosto dovremmo aspettarci che questa cadrà in una crisi ulteriore e magari più grave, poiché non mancheranno certamente né la critica né la derisione, se il filosofo, come principiante e novizio, osa muovere i primi, e perciò insicuri, passi nella consulenza.

Certo questo suo essere “all’inizio” è allo stesso tempo la variante pratica dell’antichissimo pathos teoretico di tutta la filosofia, alla quale niente era più lontano  della routine.

G. Achenbach

Consulenza filosofica

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Signore e signori, permettetemi di riportare alcune riflessioni sulla consulenza filosofica, e cioè su una questione che non sarebbe affatto comprensibile né plausibile di per sé.

Infatti non passano forse i filosofi -non solo oggi, ma precisamente dalla loro prima comparsa- come figure alquanto strane di un’umanità non pratica, cioè come pazzi e ammattiti, di norma estranei al mondo, lontani dalla vita e incapaci di faccende quotidiane? In poche parole, come persone la cui relazione con la realtà palesemente turbata, in parte li bolla come poveri e ridicoli imbecilli, in parte li fa passare come pensatori estremamente pericolosi. […]

Ora, lo scetticismo verso la filosofia e verso il suo personale ha una lunga tradizione: […] la domanda è: con una tale reputazione, si può seriamente pensare il filosofo come consulente?

(continua)

G. Achenbach

Melanconia

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..Tali divengono i melanconici, quando sono sconvolti da questo male: si tratta di uno stato depressivo basato su di una ossessione della facoltà immaginativa, senza febbre. Misembra che la “melanconia” costituisca la fase iniziale della follia: la mente dei folli infatti, si volge ora all’ira, ora alla gioia, quella dei melanconici soltanto all’afflizione e allo scoramento. Inoltre, i folli si dimostrano privi di senno per la maggior parte della vita e sono spinti a commettere azioni tremende e sconvenienti; i melanconici invece non manifestano tutti un’unica sindrome; o sospettano di essere avvelenati, o per misantropia fuggono in luogo solitari, o sono preda della superstizione, o prendono in odio la vita. Ma se talvolta si allenta la depressione, i più provano piacere; a questo punto subentra la follia.

Corpus Medicorum Graecorum

Freud e Leonardo da Vinci

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La nascita illegittima di Leonardo lo privò dell’influenza del padre forse fino al quinto anno di età e lo lasciò in balia delle affettuose seduzioni della madre, di cui egli era l’unico conforto.

Dopo che i baci della madre lo ebbero portato ad una precoce maturità sessuale egli deve aver certamente intrapreso una fase di attività sessuale infantile, di cui un’unica manifestazione può essere affermata con certezza: l’intensità delle sue ricerche sessuali infantili. L’istinto di guardare e l’istinto di conoscere furono più fortemente stimolati dalle impressioni della prima infanzia: la zona erogena della bocca ebbe un rilievo che mai in seguito avrebbe abbandonato. In base al suo successivo comportamento nella direzione opposta, come la sua esagerata simpatia per gli animali, possiamo concludere che non mancarono in questo periodo della sua infanzia dei forti tratti sadici.

S. Freud

Poesia e arte

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L’estetica contemporanea assegna alla poesia un primato sulle arti. Anche Heidegger conferisce questa primarietà; ogni arte nella misura in cui storicizza un evento di verità è poesia, che fa sì che l’arte sia vera arte. Non è più poesia come arte della parola, ma una nuova misura con cui si comprendono le cose che fa scomparire la vecchia misura nel non essere: conferisce nuovo senso alle cose. Ciò che la poesia fa non viene dall’immaginazione opposta alla realtà: ciò che fa è dispiegare lo spazio aperto che storicizza la verità e fa sì che tutto ciò che è, assuma uno splendore e una risonanza diversa.

Una prospettiva autentica

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Pubblichiamo qui le conclusioni di un articolo di Lo Verso e Giorgi, che troviamo molto vicino alla nostra visione di terapia e cura. Una prospettiva che, lontana dai protocolli mindfulness e dalle terapie cognitiviste e d’integrazione mente-corpo, vede nella relazione il fulcro di ogni trasformazione e di tutti i processi di apprendimento. 

L’ipotesi epistemico-teorica e metodologica proposta ci sembra, nel tentare di abbozzare un meta-modello, che possa iniziare a tenere sufficientemente insieme i passaggi “corpo-cervello- mentale-cultura”, molto ambiziosa ed abbastanza avviata. Del resto, lo ribadiamo nuovamente, non riteniamo che esistano singole discipline o studiosi in grado di affrontare un quadro così ampio. Ci sembra tuttavia che essa presenti, oltre al resto, anche due vantaggi metodologici di tipo non riduzionistico.

Il primo appunto è quello di escludere che una singola area disciplinare possa, attraverso un qualche imperialismo epistemologico o una qualche suggestiva commistione (tipo sociobiologia), spiegare tutto con sol tipo di metodo osservativo. Il secondo di evitare gli opposti riduttivismi frequenti nella psicosomatica, che portano da un lato a ridurre l’essere umano a un corpo chimico sprovvisto di mente, storia ed esperienza, dall’altro ad utilizzare una psicosomatica naif, che si serve di spiegazioni pseudosimboliche tout court, senza dare conto dei passaggi e delle connessioni che portano dal simbolico al corpo e viceversa.

Vorremmo concludere sottolineando che con il passare del tempo, nonostante l’immensità del compito che abbiamo davanti, siamo, rispetto al passato, più ottimisti sulla possibilità di rapporto fra antropologia culturale, psicoterapia gruppoanalitica e ricerca neuro-biologica. Ciò per il fatto, già più volte sottolineato, che le nuove impostazioni cliniche ed epistemologiche delle neuroscienze sembrano consentire connessioni teoriche ed operative attraverso la visualizzazione dei sistemi biologici come fatti che interagiscono con l’esperienza. Inoltre vi è la sempre maggiore consapevolezza, da parte della psicologia clinico-dinamica, che la relazione è un fatto che non può prescindere dalla presenza del corpo, perché è in esso che i rapporti umani, a partire dalla relazione madre-bambino e dall’attaccamento reciproco, si incorporano o si incarnano e viceversa.

Dall’articolo di A. Giorgi, G. Lo Verso, Mente-corpo-relazione, L’unitarietà del vivente.

Sublimazione, arte, crudeltà

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Sappiamo che la civiltà produce infelicità perché le norme sociali ci richiedono spesso di agire in modo da non assecondare esattamente tutti i desideri che consentirebbero di accrescere la nostra lista di grati cazioni. D’altra parte, sono proprio i legami sociali “inibiti nella meta” a creare le comunità, almeno da un punto di vista ideale. La sublimazione dei desideri immediati, allo stesso modo, è ciò che rende possibile la creazione di opere d’arte, o la fondazione di istituzioni, o la scrittura di lavori importanti – proprio come quello di Freud. L’altro problema con la civiltà, però, è che sembra smantellare attivamente ciò che essa stessa costruisce. Essa sembra disfare ciò a cui dà vita, sembra metterci nella condizione di aggredire coloro per i quali proviamo amore; sembra quasi che la civiltà prenda di mira le sue proprie creazioni, e le loro appendici. Sembra che persegua una furtiva vocazione – ripetitiva, e inconsapevole – al lavoro in una direzione opposta rispetto ai suoi obiettivi proiettati nel futuro, e rispetto a tutte le concezioni di progresso. Nelle battute nali del Disagio nella civiltà, Freud sottolinea che la civiltà corre il rischio di subire una disfatta dalle sue proprie aggressioni, arrivando a esprimere una certa ansia relativamente alla prospettiva di uno sterminio su larga scala.

J. Butler, Sulla crudeltà

L’arte della vecchiaia

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La svolta nella rappresentazione dell’individualità, che si compie, come ho accennato, nel suo ultimo periodo, è legata al condizionamento dell’arte della vecchiaia. La vecchiaia, dice Goethe, è un graduale ritirarsi del fenomeno. Quanto più invecchiamo, tanto più per così dire si paralizzano reciprocamente le variegate esperienze, le sensazioni e le sorti che hanno affollato il nostro cammino attraverso il mondo. Tutto ciò forma il nostro “fenomeno” nel senso più ampio, in cui ogni linea è una risultante del nostro Io autentico e delle cose e degli eventi che accadono intorno a noi.

L’arte della vecchiaia non ha nulla a che vedere, eccetto il nome, col soggettivismo della giovinezza. Quest’ultimo è infatti un’appassionata reazione contro il mondo o uno spensierato godersi la vita senza freni: la soggettività della vecchiaia è invece un liberarsi e un ritrarsi dal mondo, dopo che lo si è accolto in sé come esperienza e destino.

G. Simmel, Rembrandt.

Tecnica e Arte

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Quando siamo coinvolti in una tecnica e nel suo linguaggio, ci comportiamo da specialisti, con il rischio di divenire incapaci di cogliere schemi più generali o, se vi riusciamo, di farlo solo in termini molto specifici. Un musicista che cerchi di fornire una spiegazione, la darà in termini musicali sfuggendo così all’interlocutore che non abbia familiarità alcuna con un tale linguaggio. Tutti i linguaggi tecnici possono produrre questo scarto, questa stessa incomprensione, di continuo ne facciamo l’esperienza.

P. Boulez

La forma artistica

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“La forma è temporale, perché consiste solo nella contrapposizione e nella relazione reciproca tra i contenuti dell’intuizione, ed è priva di forza, perché in quanto forma non può esercitare alcun effetto: solo all’interno della vita che continua a fluire nel profondo e del suo processo causale, anche questo stadio si protrae in esiti ulteriori, ma non appena si verifica, distaccandosi dalla vita intesa come fluire, la manifestazione fenomenica esteriore, la vita stessa finisce in qualche modo in un vicolo cieco, oppure la sua corrente trascina a riva la forma di volta in volta presente in una dimensione fenomenica non evolutiva, data una volta per tutte, che l’osservatore attinge.”

G. Simmel, Rembrandt.