Poesia e arte

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L’estetica contemporanea assegna alla poesia un primato sulle arti. Anche Heidegger conferisce questa primarietà; ogni arte nella misura in cui storicizza un evento di verità è poesia, che fa sì che l’arte sia vera arte. Non è più poesia come arte della parola, ma una nuova misura con cui si comprendono le cose che fa scomparire la vecchia misura nel non essere: conferisce nuovo senso alle cose. Ciò che la poesia fa non viene dall’immaginazione opposta alla realtà: ciò che fa è dispiegare lo spazio aperto che storicizza la verità e fa sì che tutto ciò che è, assuma uno splendore e una risonanza diversa.

Una prospettiva autentica

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Pubblichiamo qui le conclusioni di un articolo di Lo Verso e Giorgi, che troviamo molto vicino alla nostra visione di terapia e cura. Una prospettiva che, lontana dai protocolli mindfulness e dalle terapie cognitiviste e d’integrazione mente-corpo, vede nella relazione il fulcro di ogni trasformazione e di tutti i processi di apprendimento. 

L’ipotesi epistemico-teorica e metodologica proposta ci sembra, nel tentare di abbozzare un meta-modello, che possa iniziare a tenere sufficientemente insieme i passaggi “corpo-cervello- mentale-cultura”, molto ambiziosa ed abbastanza avviata. Del resto, lo ribadiamo nuovamente, non riteniamo che esistano singole discipline o studiosi in grado di affrontare un quadro così ampio. Ci sembra tuttavia che essa presenti, oltre al resto, anche due vantaggi metodologici di tipo non riduzionistico.

Il primo appunto è quello di escludere che una singola area disciplinare possa, attraverso un qualche imperialismo epistemologico o una qualche suggestiva commistione (tipo sociobiologia), spiegare tutto con sol tipo di metodo osservativo. Il secondo di evitare gli opposti riduttivismi frequenti nella psicosomatica, che portano da un lato a ridurre l’essere umano a un corpo chimico sprovvisto di mente, storia ed esperienza, dall’altro ad utilizzare una psicosomatica naif, che si serve di spiegazioni pseudosimboliche tout court, senza dare conto dei passaggi e delle connessioni che portano dal simbolico al corpo e viceversa.

Vorremmo concludere sottolineando che con il passare del tempo, nonostante l’immensità del compito che abbiamo davanti, siamo, rispetto al passato, più ottimisti sulla possibilità di rapporto fra antropologia culturale, psicoterapia gruppoanalitica e ricerca neuro-biologica. Ciò per il fatto, già più volte sottolineato, che le nuove impostazioni cliniche ed epistemologiche delle neuroscienze sembrano consentire connessioni teoriche ed operative attraverso la visualizzazione dei sistemi biologici come fatti che interagiscono con l’esperienza. Inoltre vi è la sempre maggiore consapevolezza, da parte della psicologia clinico-dinamica, che la relazione è un fatto che non può prescindere dalla presenza del corpo, perché è in esso che i rapporti umani, a partire dalla relazione madre-bambino e dall’attaccamento reciproco, si incorporano o si incarnano e viceversa.

Dall’articolo di A. Giorgi, G. Lo Verso, Mente-corpo-relazione, L’unitarietà del vivente.

Sublimazione, arte, crudeltà

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Sappiamo che la civiltà produce infelicità perché le norme sociali ci richiedono spesso di agire in modo da non assecondare esattamente tutti i desideri che consentirebbero di accrescere la nostra lista di grati cazioni. D’altra parte, sono proprio i legami sociali “inibiti nella meta” a creare le comunità, almeno da un punto di vista ideale. La sublimazione dei desideri immediati, allo stesso modo, è ciò che rende possibile la creazione di opere d’arte, o la fondazione di istituzioni, o la scrittura di lavori importanti – proprio come quello di Freud. L’altro problema con la civiltà, però, è che sembra smantellare attivamente ciò che essa stessa costruisce. Essa sembra disfare ciò a cui dà vita, sembra metterci nella condizione di aggredire coloro per i quali proviamo amore; sembra quasi che la civiltà prenda di mira le sue proprie creazioni, e le loro appendici. Sembra che persegua una furtiva vocazione – ripetitiva, e inconsapevole – al lavoro in una direzione opposta rispetto ai suoi obiettivi proiettati nel futuro, e rispetto a tutte le concezioni di progresso. Nelle battute nali del Disagio nella civiltà, Freud sottolinea che la civiltà corre il rischio di subire una disfatta dalle sue proprie aggressioni, arrivando a esprimere una certa ansia relativamente alla prospettiva di uno sterminio su larga scala.

J. Butler, Sulla crudeltà

L’arte della vecchiaia

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La svolta nella rappresentazione dell’individualità, che si compie, come ho accennato, nel suo ultimo periodo, è legata al condizionamento dell’arte della vecchiaia. La vecchiaia, dice Goethe, è un graduale ritirarsi del fenomeno. Quanto più invecchiamo, tanto più per così dire si paralizzano reciprocamente le variegate esperienze, le sensazioni e le sorti che hanno affollato il nostro cammino attraverso il mondo. Tutto ciò forma il nostro “fenomeno” nel senso più ampio, in cui ogni linea è una risultante del nostro Io autentico e delle cose e degli eventi che accadono intorno a noi.

L’arte della vecchiaia non ha nulla a che vedere, eccetto il nome, col soggettivismo della giovinezza. Quest’ultimo è infatti un’appassionata reazione contro il mondo o uno spensierato godersi la vita senza freni: la soggettività della vecchiaia è invece un liberarsi e un ritrarsi dal mondo, dopo che lo si è accolto in sé come esperienza e destino.

G. Simmel, Rembrandt.

Tecnica e Arte

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Quando siamo coinvolti in una tecnica e nel suo linguaggio, ci comportiamo da specialisti, con il rischio di divenire incapaci di cogliere schemi più generali o, se vi riusciamo, di farlo solo in termini molto specifici. Un musicista che cerchi di fornire una spiegazione, la darà in termini musicali sfuggendo così all’interlocutore che non abbia familiarità alcuna con un tale linguaggio. Tutti i linguaggi tecnici possono produrre questo scarto, questa stessa incomprensione, di continuo ne facciamo l’esperienza.

P. Boulez

La forma artistica

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“La forma è temporale, perché consiste solo nella contrapposizione e nella relazione reciproca tra i contenuti dell’intuizione, ed è priva di forza, perché in quanto forma non può esercitare alcun effetto: solo all’interno della vita che continua a fluire nel profondo e del suo processo causale, anche questo stadio si protrae in esiti ulteriori, ma non appena si verifica, distaccandosi dalla vita intesa come fluire, la manifestazione fenomenica esteriore, la vita stessa finisce in qualche modo in un vicolo cieco, oppure la sua corrente trascina a riva la forma di volta in volta presente in una dimensione fenomenica non evolutiva, data una volta per tutte, che l’osservatore attinge.”

G. Simmel, Rembrandt.

Esperienza del tempo

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“Esperienza 3. Osservando la lancetta di un orologio da parete, il paziente dichiarava quanto segue: ‘Che cosa dovrei dare con l’orologio? Devo guardarlo sempre. Sono irresistibilmente spinto a guardare l’orologio. Quanto tempo c’è io sono sempre di nuovo diverso. Se l’orologio alla parete non ci fosse, dovrei morire. Non sono io stesso un orologio? Ovunque in tutti i posti? Ma io non posso diversamente, si cambia troppo. Ora osservo di nuovo l’orologio, la lancetta e il quadrante e che esso cammina. Ciò si scinde come da se stesso e io vi sono presente, ma non posso cambiare niente.
Sempre di nuovo mi dico che è un orologio, ma queste cose non stanno affatto bene insieme: lancetta, quadrante e il fatto che esso cammina. C’è qui un’impressione particolare, come se esse si fossero sganciate l’una dall’altra, e invece sono insieme. C’è però, qui ancora qualcosa d’altro. Sono del tutto stupito, non ho ancora mai esperito e vissuto qualcosa di simile. La lancetta è sempre di nuovo un’altra lancetta? Forse c’è qualcuno dietro alla parete, che infila dentro continuamente una nuova lancetta, ogni volta in un posto diverso. Devo pur dire che non è un orologio che funzioni, quello che salta e si trasforma.
Ci si dedica all’osservazione dell’orologio e si perde il filo che conduce a se stessi – poiché io stesso sono un orologio, dappertutto in me; poiché cammina sempre così confusamente. Tutto questo sono io stesso – mi perdo, quando osservo l’orologio alla parete.
È un correre via da se stessi, sono fugace e non ci sono più. So soltanto che l’orologio salta intorno con molte lancette e che non può essere ricomposto tanto bene”.

I seminari di Zollikon, M. Heidegger.

Letteratura e filosofia

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Perché il pensare e l’esistere devono star sempre su due differenti piani? Perché il tentativo di Hegel di trasformare i processi soggettivi in processi obiettivi del mondo non può riuscire? “E’ la speciale arte e l’oggetto del pensiero raggiungere l’esistenza con tutt’altri metodi che quelli dell’esistenza stessa”. Vale a dire che la realtà non può diventare l’ideale, il sogno: e non è affare dell’artista arrotare una scure, tentar di imporre la propria visione della vita al mondo esistente. L’Arte non è il tentativo dell’artista di conciliare l’esistenza con la visione; è il tentativo di creare il suo proprio mondo dentro questo mondo normale. Ciò che suggerisce il soggetto all’artista è la dissomiglianza con ciò che noi accettiamo com realtà. Noi facciamo la scelta, portiamo nella luce… solleviamo più in alto.

K. Mansfield, Quaderno d’appunti.

Sulla pittura

61“L’orientamento psicologico opera sempre una singolarizzazione e dunque un certo irrigidimento, che si sottrae alla totalità della vita presente in ogni attimo, che invece fluisce continuamente. La rappresentazione dell’uomo in Rembrandt è animata di spiritualità in sommo grado, ma non è psicologica: una differenza la cui profondità passa facilmente inosservata se non si ha coscienza della vita come totalità in ogni momento e incessante variazione formale nel suo contrasto con ogni qualità singola isolata, fissabile logicamente di per sé. Solo questa dinamica vitale, infatti, e non il suo contenuto o il suo tratto caratteriale definibile in concetti singoli, modella i nostri lineamenti”.
G. Simmel, Rembrandt, Un saggio di filosofia dell’arte

Sulla fotografia

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“Chiunque avrà avuto occasione di osservare un quadro, ma soprattutto una scultura e persino un’architettura, si colgono molto più facilmente in fotografia che dal vivo. Si è tentati di attribuire senza mezzi termini la ragione di questo fenomeno al degrado del senso artistico, a una mancanza dei contemporanei. Si oppone tuttavia a tale interpretazione la consapevolezza che, all’incirca nello stesso periodo in cui sono state elaborate le tecniche di riproduzione, si è trasformato il modo di concepire le grandi opere. Non è più possibile considerarle prodotti di singoli individui: sono divenute creazioni collettive, tanto imponenti che le si può assimilare solo a condizione di ridurne le dimensioni. In fondo i metodi di riproduzione meccanica sono una tecnica di riduzione e ci consentono di raggiungere quel livello di dominio sulle opere senza cui essere non sono più fruibili.”

Walter Benjamin, Piccola storia della fotografia